LENTE D’INGRANDIMENTO – SE IL MANAGER E’ PAGATO 380 VOLTE PIU’ DELL’IMPIEGATO

lente24 aprile 2012 – Repubblica.it


Gli studiosi la chiamano «wage inequality». Vuol dire «disuguaglianza nelle retribuzioni». Al di là del dramma dei senza lavoro, questa è la vera cifra dei tempi di ferro in cui viviamo.

L’ingiustizia sociale che dilaga, in un Occidente impoverito e accidioso, si nutre soprattutto di questa paurosa e crescente asimmetria nei livelli di reddito e nelle condizioni di vita delle persone che lavorano. La virtù del capitalismo, che pure è esistita fino a un decennio fa, consisteva in questo: non era affatto perfetto, ma era comunque il migliore degli «ismi» possibili, perché garantiva a un maggior numero di donne e di uomini di beneficiare di una distribuzione della ricchezza relativamente migliore di qualunque altro sistema sperimentato nella storia dell’umanità.

Ora tutto è cambiato. S’avanza una nuova forma di «lotta di classe», che ha ragioni pratiche e non ideologiche. La scorsa settimana è uscito il rapporto annuale «Executive Paywatch», curato dalla AflCio, che rivela numeri imbarazzanti. Nel 2011 gli emolumenti medi dei Ceo americani (in «servizio» presso i colossi industrialfinanziari riuniti nell’indice Standard & Poor’s 500) sono arrivati a quota 12,9 milioni di dollari, con un aumento del 14 per cento rispetto all’anno precedente. Un reddito pari a 380 volte quello di cui, nello stesso periodo, hanno beneficiato i lavoratori dipendenti e gli impiegati.

Nel 2010 sul 2009 l’incremento degli stipendi dei top manager era stato ancora maggiore: 22,9 per cento. Nel 2009 i compensi medi dei Ceo erano 320 volte maggiori di quelli dei loro impiegati. Dunque, una «bolla» inarrestabile. E anche incredibile, perché lievita in una fase di crisi economica che non ha precedenti, almeno dal Big Crash del 1929. I sacrifici veri, quelli più pesanti, li stanno facendo solo i «soliti noti». Quelli che non hanno bonus e stock option, ma stanno a busta paga e campano del loro salario.

Nel 2011, secondo il Rapporto, questa categoria sociale ha beneficiato di aumenti retributivi pari al 2,8 per cento, sufficienti appena a coprire l’inflazione. Il dato americano non inganni.

Avviene lo stesso anche nel resto delle moderne democrazie europee, compresa la piccola Italia. Magari il divario medio tra manager e dipendenti non raggiunge quota 380, ma ci si avvicina (e in qualche caso eccezionale, vedi Sergio Marchionne, lo supera anche di molto).

Quanto può reggere una società attraversata da queste disuguaglianze? E come si può pensare di salvare il capitalismo, riformando qua e là i suoi «istituti», senza affrontare e risolvere anche il problema della «wage inequality»? L’establishment ha poco da meravigliarsi, se esplode il conflitto sociale. Come diceva il leggendario principe de Curtis, in «Totò e i re di Roma», «poi dice che uno si butta a sinistra». m.giannini@repubblica.it

(a cura della Segreteria Nazionale – per segnalazioni: roberto@falcri.it)