Jobs Act: un flop annunciato

Puntuale come un orologio svizzero, si usava dire un po’ di anni fa, e puntuali come un orologio svizzero arrivano i dati che confermano la condanna del teorema “jobs act”, voluto con decisione e forza dall’attuale Governo.
Era l’agosto scorso quando UNISIN, attraverso un comunicato della Segreteria Nazionale, espresse “preoccupazione per l’inesistente reazione del mondo politico di fronte ad una disoccupazione giovanile giunta al 44%, con un tasso di disoccupazione globale salito al 12,7%”.
Otto mesi dopo il nostro sindacato vede confermata la propria preoccupazione anche attraverso le dichiarazioni del Coordinatore Scientifico ADAPT prof. Michele Tiraboschi che definisce il Jobs Act come un flop decisamente costoso.

Questo perché i costi per coprire la decontribuzione potrebbero sfiorare i 20 miliardi di euro, con una assenza di coperture di oltre 4,5 miliardi rispetto alle stime del governo e a fronte di soli 186 mila occupati in più rispetto all’anno precedente. Questo dimostra in modo inequivocabile che la quasi totalità delle nuove e costose (per la collettività) assunzioni sono composte dalla trasformazione di contratti già esistenti.
Il dato ancora più drammatico ci viene dal constatare che con gennaio 2016, primo mese in cui gli incentivi sono stati ridotti del 60%, le assunzioni “stabili” sono addirittura inferiori a quelle del gennaio 2014 quando la decontribuzione non era prevista. Come dice il prof. Tiraboschi “senza la droga fiscale il cavallo non corre più”.
A questo punto appare ancora più confermato quanto denunciato più volte dal nostro sindacato, anche attraverso importanti manifestazioni, e cioè che dietro promesse (elettorali) che non si potevano mantenere si sono voluti inserire licenziamenti selvaggi abolendo l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Licenziamenti che, adesso, dopo che l’impresa ha usufruito degli sgravi fiscali, rischiano di diventare un comodo strumento per fare cassa visto che, anche nel caso di licenziamento illegittimo, l’unico rischio per l’azienda è pagare qualche mensilità di risarcimento (costo sempre inferiore rispetto al beneficio fiscale ricevuto).
L’abolizione dell’articolo 18 doveva far accorrere in Italia anche gli investitori stranieri, terrorizzati da questo spauracchio ma, purtroppo, anche da questo punto di vista non si è mosso niente.
Forse, come suggerisce il prof. Tiraboschi, meglio si sarebbero potuti investire i miliardi della decontribuzione in formazione, riqualificazione e servizi di ricollocazione. Forse, però, il marketing elettorale non avrebbe avuto lo stesso impatto sui media.
Riassumendo. Le assunzioni non sono aumentate a differenza dei costi per la collettività, si sono indebolite fortemente le tutele per i lavoratori e si sono ingannati i giovani offrendo prospettive di maggiore stabilità che, nella realtà, costituiscono un tunnel di precarietà ancora più oscuro.
E adesso? Se i risultati sono questi occorrerebbe che il governo ammettesse l’errore e restituisse i diritti tolti recuperando almeno un briciolo di credibilità nei confronti di tanti giovani che si sono sentiti umiliati ed ingannati.
Almeno ai nostri figli restituiamo un po’ di speranza.